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Giovani e Lavoro a Verona

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Serata molto interessante e piena di contenuti quella svoltasi giovedi 28 gennaio presso la sala Marani in B.go Trento a Verona con il titolo "l'italia un paese per vecchi, quale il futuro delle giovani generazioni dopo la crisi?"

Per prima cosa è stato evidenziato come la crisi ha colpito l'Italia abbatendo il prodotto interno lordo dello 6.1% III Trim. 07 su III Trim. 09 e come il problema occupazione si stia acutizzando nell'ultimo periodo tanto da perdere su un solo Trimestre ben 200.000 posti di lavoro pari al -2.2% quando cumulativamente ne sono stati persi 400.000, andando cosi a rafforzare il convincimento che il probblema occupazionale sarà il vero cancro di questo 2010. I dati Illustrati hanno mostrato che sono le giovani generazioni a subire più delle altre questa crisi occupazionale, con un'occupazione tendenziale al -10.1%, in quanto occupati prevalentemente con contratti atipici non succesivamente rinnovati. In Italia si registra un elevato tasso di povertà infantile costituente un forte gap di partenza nella crescita e nella formazione dei giovani, il quale si presenta difficilmente colmabile in un italia dove la mobilità sociale non funziona e il 50% del reddito di un figlio dipende dal padre a causa di questo forte corporativismo presente nel bel paese.

 

A Verona i dati sono preoccupanti, la quota % di occupazione giovanile è tra quelle che ha realizzato un performance peggiore con un -10% 2008 su 2009 e rispetto alle medie dello stesso periodo per l'italia, il nord-est, e lo stesso Veneto, mentre registra invece le migliori performance per il personale immigrato, in quanto figure fortemente richieste dall'economia di tipo manifatturiero di Verona.

Nel corso del dibattito che ne è seguito sono emerse idee come il salario di ingresso al fine di garantire un minimo garantito e la volontà di creare posti lavorativi qualificati e creare un nuovo tessuto imprenditoriale giovane. L'idea sarebbe quella di sperimentare i cosidetti fondi rotativi per apportare capitali di rischio tutelati dallo stato a quei giovani scelti con criteri di merito tramite il curriculum scolastico.

Audio della serata

I dati presentati

 

 

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 01 Febbraio 2010 22:10
 

Italia e UE : Il dibattito sulle “quote rosa”.

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Il confronto internazionale all’interno dell’Unione Europea offre al nostro paese la possibilità di riflettere su alcune politiche pubbliche, in altre parole quali interventi e “non interventi”siano stati fatti sinora in determinati settori.

Il tema della partecipazione femminile nelle istituzioni pubbliche e, in particolare, nel Parlamento, ha rappresentato un tema caldo ed è tornato ad essere di grande attualità durante la campagna elettorale per le Europee 2009.

Alla luce dei dati relativi ai paesi membri dell’UE, la situazione italiana risulta essere una delle sedi dove si registra la presenza femminile più bassa (20%).

 

 

 

Tab. 1. Presenza delle donne (%) nei Parlamenti Nazionali UE

Fonte: Commissione Europea (Agosto 2009)

http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=774&langId=en&intPageId=656

Ad eccezione dei paesi Scandinavi, la sottorappresentazione delle donne è una realtà comune alle consolidate democrazie occidentali e questo, a mio avviso, non è soltanto un’ emergenza di genere da confinare ai movimenti femministi, ma è all’origine di un vero problema democratico.

Secondo A. Dona (2006): “Esiste una relazione tra diritti sociali e diritti politici”: in quei paesi dove sono presenti, in modo particolare, i servizi sociali per l’infanzia e strutture di assistenza per gli anziani (i cosiddetti paesi women’s friendly), in sintesi, dove esiste una sviluppata politica famigliare, le donne partecipano maggiormente alla vita politica con effetti significativi sul piano della rappresentazione democratica”.

La partecipazione femminile nelle istituzioni politiche non rappresenta solo un importante indicatore di quanto in un paese sia stata superata la rigida sfera tra pubblico e privato ma anche di come il concetto di “parità di genere” venga inteso all’interno di ciascun Stato Nazionale.

Come suggerito da Ruth Lister (2003) possiamo individuare due principali posizioni. La prima appartiene a coloro i quali alcuni sostengono un “modello neutrale di genere”, in cui il genere è irrilevante nell’allocazione dei diritti e degli obblighi derivanti dalla cittadinanza.

Questa corrente di pensiero si fonda sull’idea di uno stato equo, che garantisca uguali diritti a tutti e che faccia della meritocrazia lo strumento di cernita.

In quest’ottica le quote rosa, o quote di genere, risultano uno strumento non solo inadatto ma anche illegittimo perché favoriscono un gruppo rispetto ad un altro, creando un’ineguaglianza di partenza.

Dall’altra parte abbiamo la corrente di pensiero che supporta un “modello differenziato di genere” il quale riconosce l’esistenza di oggettivi ostacoli al pieno ed effettivo godimento della cittadinanza da parte delle donne. Su questa posizione si fondano le “azioni positive”che sono l’oggetto del mio interesse.

Marco Mongiello scrive (2009) : “L’obiettivo di una effettiva parità tra uomini e donne è comune a molti Paesi europei. Su 27 ben 19, tra cui l’Italia, contengono norme, spesso nella Costituzione, che affermano il principio della non discriminazione di genere. Quando si passa però alle misure attive per realizzare questa parità sono solo cinque i Paesi che hanno in vigore un qualche sistema di quote rosa: Belgio, Spagna, Portogallo, Francia e Slovenia. In più della metà dei Paesi europei comunque la promozione delle donne in politica è affidata alle quota rose volontarie stabilite da alcuni partiti.

A livello dell’Unione europea invece non esistono misure vincolanti per assicurare alle donne un’adeguata rappresentanza politica, anche se nel 2000 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in cui si incoraggiava l’uso delle quote «come misure transitoria per aiutare a raggiungere la parità tra uomini e donne nella vita politica». La Francia di Jospin nel 1999 è stato il primo Paese al mondo a varare una legge che richiede la parità di genere tra i candidati in alcune consultazioni elettorali, tra cui quelle europee. Per essere valide le liste elettorali devono contenere un candidato uomo e un candidato donna in stretta alternanza.

In alcuni casi le liste che non rispettano il sacro principio della «parité» non sono invalidate, ma ai partiti trasgressori vengono comminate delle multe riducendo i rimborsi elettorali. Anche in Belgio dal 2002 i partiti sono obbligati a presentare un numero paritario di candidati uomini e candidate donne, pena la validità della lista presentata, e inoltre le prime due posizioni della lista non possono essere occupate da due candidati dello stesso. In Spagna, Portogallo e Slovenia invece le leggi sulle quota rosa sono più recenti. Nel 2007 il Governo Zapatero, nonostante la presenza femminile nel Parlamento spagnolo fosse già al 36%, ha

approvato una comprensiva legge per la parità di genere basata sul principio che nessun sesso può essere rappresentato oltre il 60%.”

Questo azioni positive presuppongono che vi sia una strutturale differenza delle possibilità di accesso alle istituzioni pubbliche e che non sia sufficiente riconoscere tale discriminazione per garantire al gruppo svantaggiato (in questo caso le donne) un effettivo riequilibrio di forze.

In Italia il dibattito sulle quote rosa è iniziato nei primi anni ’90: la prima vola la legge che proponeva queste quote è stata rigettata perché ritenuta in contrasto con la Costituzione (1993).

Nel 2003 il Governo modificò l’art.51 della Costituzione prevedendo la possibilità per lo Stato di usare delle azioni positive per promuovere l’uguaglianza di genere. Il testo riformato (cfr. “la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra uomini e donne”) riconosce che il principio di parità non ostacola l’adozione di misure a favore del sesso sottorappresentato.

La nuova norma costituzionale rende possibile l’introduzione di correttivi che incentivino la presenza delle donne nelle cariche elettive, senza il rischio di sollevare dubbi di legittimità.

Di fatto una legge sulle quota rosa non è ancora stata approvata e il dibattito sull’opportunità di tale manovra rimane aperto.

Anche l’opinione pubblica europea sembra dividersi; l’Eurobarometro segnala che le quote rosa restano uno strumento controverso. Nel marzo 2009 un Sondaggio ha rilevato che oltre due terzi dei cittadini europei intervistati, 77% delle donne e 71%degli uomini, ritiene che la politica sia ancora dominata dagli uomini, ma solo il 10% si è detto a favore delle quote rosa, mentre per il 53% la soluzione è una maggiore incoraggiamento ad entrare in politica.

Ma cosa pensa l’opinione pubblica italiana? Cosa pensano le donne italiane?

Io ho cercato qualche risposta “bazzicando” in Internet sui numerosi forum al femminile (che evidentemente non rappresentano una fonte scientifica di dati ma perlomeno danno un’idea delle varie opinioni..) e debbo dire che a mia sorpresa ho riscontrato una certa resistenza da parte delle donne stesse rispetto all’introduzione delle quote rosa.

Le argomentazioni più comuni sono che le quote rosa rafforzano l’idea che le donne siano realmente il “sesso debole” e che abbiano bisogno di un posto sicuro perché autonomamente non riescono ad ottenerlo.

Altre posizioni sostengono che se le donne non partecipano alla vita politica è perché non sono realmente interessate ad essa.

Personalmente penso che siano tutte posizioni legittime e che il confronto e la differenza siano il sale di qualunque buona democrazia.

Per questo mi piacerebbe ci fossero più occasioni di dibattere di questioni così serie, in modo da sensibilizzare l’opinione pubblica al riguardo, conoscere le opinioni dei cittadini più approfonditamente e presentare le quote rosa in un contesto ad ampio raggio.

Chissà magari è esagerato anche solo pensarlo ma se al posto di qualche “prova del cuoco” o “benessere e salute” o “salottini da gossip e trucchi caserecci” ci fosse qualche serio talk show che trattasse il tema, forse, dico, forse, le donne comincerebbero a calarsi meglio nei panni di cittadini e forse comincerebbero a sentirsi offese quando le poche donne che vengono presentate nello scenario politico italiano sono tutte ex veline, ex miss Italia, ex (o attuali) escort.

Chissà forse la frase “sig.ra Bindi lei è più bella che intelligente” potrebbe ottenere una risonanza maggiore se l’impegno pubblico (politico, mass media, sistema educativo..) in questo campo fosse serio, continuativo e globale, invece di limitarsi a dire quote si o quote no.

A questo proposito io mi considero assolutamente a favore delle quote ma penso che il loro significato debba andare oltre ad una pura presenza quantitativa di donne delle istituzioni politiche.

Se vogliamo davvero usare le quote come azioni positive dobbiamo, dal mio punto di vista, offrire alla cittadinanza altre due garanzie : che queste siano strumenti temporanei e che vengano inserite in un contesto di legge ad ampio respiro che promuova la cittadinanza femminile in tutti i suoi aspetti concernenti la sfera pubblica e privata.

Penso ad esempio, al problema della bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, alla conciliazione dei tempi di cura e tempi di lavoro (doppia presenza femminile nel mercato del lavoro e in famiglia), al differenziale distributivo di genere.

Sono tutti temi attuali e importanti che a mio avviso non possono più essere ignorati, soprattutto in un momento di crisi e di riorganizzazione sociale e politica come quello in cui stiamo vivendo, quindi.. rimbocchiamoci le maniche.

Saluti da Helsinki. Michela Bonora

Bibliografia

- “L’Unita”, 19 Maggio 2009

- Dona A., “Le pari opportunità”, Editori Laterza, Roma, 2006

- Lister R., “Citizenship. Feminist Perspectives”, Palgrave Macmillan, New York, 2003

 

Ultimo aggiornamento Sabato 07 Novembre 2009 10:57
 

Tremonti e i fini nobili

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Oggi il Dr. Tremonti, nel corso della conferenza stampa di fine anno, ha detto che le entrate dallo scudo fiscale sono state destinate a finalità nobili come il 5 per mille, la ricerca e l’università, bene ma in questo mi sfugge qualcosa relativamente al 5 per mille.

Partiamo dal comprendere il significato dei termini:

Con il termine cinque per mille viene definito il meccanismo in virtù del quale il cittadino-contribuente può vincolare il 5 per mille della propria IRPEF al sostegno di enti che svolgono attività socialmente rilevanti (non profit, ricerca scientifica e sanitaria). Fonte wikipedia.

Se ben leggo, il 5 per mille è una parte “vincolata” dell’irpef da noi versata il cui finanziamento è implicito e non deve perciò essere trovato altrove in quanto è la stessa irpef che lo alimenta. Mi sembra di evincere, quindi, che il governo si sia indebitamente appropriato di quella parte che noi abbiamo deciso di vincolare ad altri enti e per questo ha dovuto rifinanziare tramite altre fonti quali lo scudo.

Se adesso rileggiamo l’affermazione di Tremonti sulla base di questo ragionamento potremmo dire che ha praticamente affermato di non aver finanziato il 5 per mille ma quelle spese “probabilmente non nobili” per le quali aveva sottratto i finanziamenti agli enti e si è affidato ad un provvedimento una tantum come lo “scudo” la loro copertura. Mi sembra che andare a fondo e non fermarsi alle apparenze cambia parecchiole cose.

Chiudo non sapendo se sia una vittoria per lo stato sapere di finanziare con capitali di provenienza illecita (anche di pura evasione) associazioni che addirittura combattono l’illegalità, e dire che la finalità è nobile è certo vero ma la provenienza è tutt’altro, si assiste per ciò ad un simpatico “riciclo” verbale che ha volte ha una forza superiore agli occhi di chi non capisce di quello formale.

Ciao

Enrico

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 15 Gennaio 2010 11:06
 

Le ragioni del Si

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Durante l'ultima festa della polenta di Vigasio è stato allestito uno stand del comitato PRO Autodromo, e la cosa non è stata di certo il massimo della corettezza non essendoci stato spazio per l'opinione di coloro che sono contro il progetto del Motor city che dovrà sorgere tra Vigasio e Trevenzuolo.

Nel corso delle serate di svolgimento della manifestazione erano in distribuzione alcuni volantini tra i quali uno indicava le ragioni del Si all'autodromo:

In una zona dove tra la lega e il PDL nelle ultime provinciali si sono toccate punte del 70% dei consensi facente presagire una cultura della sicurezza e una paura per gli immigrati diffusa dire che il cantiere impiegherà 2000 persone per i prossimi 10 anni significa affermare che Vigasio e i paesi limitrofi saranno invasi dai lavoranti a queste opere, i quali saranno quasi certamente immigrati e non cittadini di Vigasio. I 15.000 posti ( che poi secondo le previsioni dovrebbero esse massimo 7000) saranno, viste le destinazioni delle aree, lavori dequalificati nel commercio al dettaglio e del turismo (senza nulla togliere ai magazzinieri, cassiere, e hostess). Il tempo che dovrebbe portare alla realizzazione del progetto è relativamente lungo creando opportunità di lavoro per i bambini/ragazzi di oggi che sicuramente saranno spinti dalle famiglie a proseguire negli studi per qualificarsi, ed è dunque questa l'opportunità di lavoro che viene offerta? Tipologie lavorative dove i contratti atipici ne fanno da padrone? Con molta probabilità questi si trasformeranno in posti di lavoro non per i vigasiani di oggi o per i loro figli ma per gli immigrati e i migranti dal sud Italia.

Nessuno studio è stato fatto per valutare l'impatto di un'opera del genere sulle attività economiche già esistenti, le quali ne potrebbero venire strozzate, senza contare grandi strutture concorrenti (es. gardaland vs district park) nella stessa provincia.

Per quanto riguarda il capitolo della crescita culturale legata al Polo Scientifico/tecnologico le notizie sono frammentarie e scarse, inizialmente non era previsto ma ora ne viene fatto sfoggio. Nelle compagini sociali che formano le aziende che gestiranno l'opera non figurano grandi grupppi scientifici, tecnologici oppure fondazioni e università, nemmeno risultano contatti in tal proposito. Non mancheremo di chiedere al comitato se hanno maggiori informazioni a tal riguardo.

Il volantino parla di 110 ettari di parco pubblico che sostituirà assieme alla colata ci cemento e catrame una "zona oggi spoglia e coltivata a monocoltura di mais". Il Sindaco di Vigasio Daniela Contri in una dichiarzione diceva "L’amministrazione di Vigasio ritiene che sia una grossa opportunità per il Comune e per i proprietari di quei terreni. Oggi c’è una distesa di granoturco, di polenta, non c’è altro, non mi sento di dire che cambia sostanzialmente l’ambiente, tiriamo via la polenta e facciamo qualcosa forse di più bello e migliorativo.”

La cosa esilarante è che è proprio il comune e la pro loco ad organizzare la festa della polenta di Vigasio, e sul libretto di detta manifestazione come sul sito non mancano di decantare la storia, e le proprietà del mais e della polenta con tanto di loghi e interviste al primo cittadino.

Scusate ma una domanda sorge spontaneam ma se il granturco è cosi poco interessante per cosa lo festeggiate?

Magari lo chiederemo al sindaco e vi pubblicheremo la risposta

Ciao Enrico

Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Novembre 2009 19:39
 

la dicotomia nucleare della lega

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Calderoli dice “ la sua non è la linea della lega” riferendosi alle esternazioni del collega Zaia candidato Governatore nel Veneto, il quale dichiara di opporsi a future centrali nucleari in Veneto dicendo che lo stesso è già pienamente autosufficiente energeticamente e che anzi cede alle altre regioni, quindi non ha senso che sia proprio il veneto a dover ospitare le centrali.

Lo stesso Zaia però pare non avere molto le idee chiare, infatti sull’argomento prima ha dovuto tastare il polso degli elettori e poi decidere dove schierarsi:(ANSA) - TREVISO, 9 DIC - ''Immagino che il Veneto fara' la propria parte, ma con un principio che e' quello di equita'''. Lo ha detto oggi a Treviso il ministro per le Politiche Agricole Luca Zaia, rispondendo a margine di una cerimonia pubblica ad una domanda sull'ipotesi di apertura della prima centrale nucleare in Veneto diffusa oggi dai media. ''In questo momento - ha proseguito - non ho accesso alle informazioni che ha il presidente della Regione. Pero' dico si' a dare disponibilita', ovviamente mantenendo fede alla volonta' delle comunita' e soprattutto, ricordiamolo, con criteri di equita' nazionale. Ricordo che noi abbiamo sempre dato per cui ogni ragionamento va fatto in termini di equita', che significa vedere cosa fanno gli altri''.(ANSA). V10-BE

Anche Zaia in cuor suo la possibilità alla centrale la dava, ma evidentemente ora che è lui che deve farsi eleggere e deve avere i voti degli elettori nonstante abbia votato si al decreto sul nucleare vuole ora apparire come il salvatore della patria.

Il comportamento della lega certo pare paradossale, predica bene nel territorio ma alla fine si piega alle logiche romane, viva chi urlava Roma Ladrona.

Ma la cosa che mi fa pensare e mette in luce la mancanza di ritegno nel prendere in giro i cittadini è la seguente:

Roma, Calderoli: la linea della lega non è quella di Zaia, perciò deduco si alle centrali.

Venezia, Zaia: Veneto già autosufficiente energeticamente, no alle centrali.

Verona, Tosi: si all’inceneritore.

….. ma se il veneto è autosufficiente che bisogno abbiamo dell’inceneritore a verona che produce energia e rischia solamente di creare problemi alle vie respiratorie dei cittadini? Probabilmente i ricavi e i contributi (cip6)derivanti dalla produzione energetica.

OK, adesso mi è chiaro cosa diceva Calderoli, la linea politica della lega va dove sta la convenienza elettorale/economica.

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 15 Febbraio 2010 18:12
 


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