Il confronto internazionale all’interno dell’Unione Europea offre al nostro paese la possibilità di riflettere su alcune politiche pubbliche, in altre parole quali interventi e “non interventi”siano stati fatti sinora in determinati settori.
Il tema della partecipazione femminile nelle istituzioni pubbliche e, in particolare, nel Parlamento, ha rappresentato un tema caldo ed è tornato ad essere di grande attualità durante la campagna elettorale per le Europee 2009.
Alla luce dei dati relativi ai paesi membri dell’UE, la situazione italiana risulta essere una delle sedi dove si registra la presenza femminile più bassa (20%).

Tab. 1. Presenza delle donne (%) nei Parlamenti Nazionali UE
Fonte: Commissione Europea (Agosto 2009)
http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=774&langId=en&intPageId=656
Ad eccezione dei paesi Scandinavi, la sottorappresentazione delle donne è una realtà comune alle consolidate democrazie occidentali e questo, a mio avviso, non è soltanto un’ emergenza di genere da confinare ai movimenti femministi, ma è all’origine di un vero problema democratico.
Secondo A. Dona (2006): “Esiste una relazione tra diritti sociali e diritti politici”: in quei paesi dove sono presenti, in modo particolare, i servizi sociali per l’infanzia e strutture di assistenza per gli anziani (i cosiddetti paesi women’s friendly), in sintesi, dove esiste una sviluppata politica famigliare, le donne partecipano maggiormente alla vita politica con effetti significativi sul piano della rappresentazione democratica”.
La partecipazione femminile nelle istituzioni politiche non rappresenta solo un importante indicatore di quanto in un paese sia stata superata la rigida sfera tra pubblico e privato ma anche di come il concetto di “parità di genere” venga inteso all’interno di ciascun Stato Nazionale.
Come suggerito da Ruth Lister (2003) possiamo individuare due principali posizioni. La prima appartiene a coloro i quali alcuni sostengono un “modello neutrale di genere”, in cui il genere è irrilevante nell’allocazione dei diritti e degli obblighi derivanti dalla cittadinanza.
Questa corrente di pensiero si fonda sull’idea di uno stato equo, che garantisca uguali diritti a tutti e che faccia della meritocrazia lo strumento di cernita.
In quest’ottica le quote rosa, o quote di genere, risultano uno strumento non solo inadatto ma anche illegittimo perché favoriscono un gruppo rispetto ad un altro, creando un’ineguaglianza di partenza.
Dall’altra parte abbiamo la corrente di pensiero che supporta un “modello differenziato di genere” il quale riconosce l’esistenza di oggettivi ostacoli al pieno ed effettivo godimento della cittadinanza da parte delle donne. Su questa posizione si fondano le “azioni positive”che sono l’oggetto del mio interesse.
Marco Mongiello scrive (2009) : “L’obiettivo di una effettiva parità tra uomini e donne è comune a molti Paesi europei. Su 27 ben 19, tra cui l’Italia, contengono norme, spesso nella Costituzione, che affermano il principio della non discriminazione di genere. Quando si passa però alle misure attive per realizzare questa parità sono solo cinque i Paesi che hanno in vigore un qualche sistema di quote rosa: Belgio, Spagna, Portogallo, Francia e Slovenia. In più della metà dei Paesi europei comunque la promozione delle donne in politica è affidata alle quota rose volontarie stabilite da alcuni partiti.
A livello dell’Unione europea invece non esistono misure vincolanti per assicurare alle donne un’adeguata rappresentanza politica, anche se nel 2000 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in cui si incoraggiava l’uso delle quote «come misure transitoria per aiutare a raggiungere la parità tra uomini e donne nella vita politica». La Francia di Jospin nel 1999 è stato il primo Paese al mondo a varare una legge che richiede la parità di genere tra i candidati in alcune consultazioni elettorali, tra cui quelle europee. Per essere valide le liste elettorali devono contenere un candidato uomo e un candidato donna in stretta alternanza.
In alcuni casi le liste che non rispettano il sacro principio della «parité» non sono invalidate, ma ai partiti trasgressori vengono comminate delle multe riducendo i rimborsi elettorali. Anche in Belgio dal 2002 i partiti sono obbligati a presentare un numero paritario di candidati uomini e candidate donne, pena la validità della lista presentata, e inoltre le prime due posizioni della lista non possono essere occupate da due candidati dello stesso. In Spagna, Portogallo e Slovenia invece le leggi sulle quota rosa sono più recenti. Nel 2007 il Governo Zapatero, nonostante la presenza femminile nel Parlamento spagnolo fosse già al 36%, ha
approvato una comprensiva legge per la parità di genere basata sul principio che nessun sesso può essere rappresentato oltre il 60%.”
Questo azioni positive presuppongono che vi sia una strutturale differenza delle possibilità di accesso alle istituzioni pubbliche e che non sia sufficiente riconoscere tale discriminazione per garantire al gruppo svantaggiato (in questo caso le donne) un effettivo riequilibrio di forze.
In Italia il dibattito sulle quote rosa è iniziato nei primi anni ’90: la prima vola la legge che proponeva queste quote è stata rigettata perché ritenuta in contrasto con la Costituzione (1993).
Nel 2003 il Governo modificò l’art.51 della Costituzione prevedendo la possibilità per lo Stato di usare delle azioni positive per promuovere l’uguaglianza di genere. Il testo riformato (cfr. “la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra uomini e donne”) riconosce che il principio di parità non ostacola l’adozione di misure a favore del sesso sottorappresentato.
La nuova norma costituzionale rende possibile l’introduzione di correttivi che incentivino la presenza delle donne nelle cariche elettive, senza il rischio di sollevare dubbi di legittimità.
Di fatto una legge sulle quota rosa non è ancora stata approvata e il dibattito sull’opportunità di tale manovra rimane aperto.
Anche l’opinione pubblica europea sembra dividersi; l’Eurobarometro segnala che le quote rosa restano uno strumento controverso. Nel marzo 2009 un Sondaggio ha rilevato che oltre due terzi dei cittadini europei intervistati, 77% delle donne e 71%degli uomini, ritiene che la politica sia ancora dominata dagli uomini, ma solo il 10% si è detto a favore delle quote rosa, mentre per il 53% la soluzione è una maggiore incoraggiamento ad entrare in politica.
Ma cosa pensa l’opinione pubblica italiana? Cosa pensano le donne italiane?
Io ho cercato qualche risposta “bazzicando” in Internet sui numerosi forum al femminile (che evidentemente non rappresentano una fonte scientifica di dati ma perlomeno danno un’idea delle varie opinioni..) e debbo dire che a mia sorpresa ho riscontrato una certa resistenza da parte delle donne stesse rispetto all’introduzione delle quote rosa.
Le argomentazioni più comuni sono che le quote rosa rafforzano l’idea che le donne siano realmente il “sesso debole” e che abbiano bisogno di un posto sicuro perché autonomamente non riescono ad ottenerlo.
Altre posizioni sostengono che se le donne non partecipano alla vita politica è perché non sono realmente interessate ad essa.
Personalmente penso che siano tutte posizioni legittime e che il confronto e la differenza siano il sale di qualunque buona democrazia.
Per questo mi piacerebbe ci fossero più occasioni di dibattere di questioni così serie, in modo da sensibilizzare l’opinione pubblica al riguardo, conoscere le opinioni dei cittadini più approfonditamente e presentare le quote rosa in un contesto ad ampio raggio.
Chissà magari è esagerato anche solo pensarlo ma se al posto di qualche “prova del cuoco” o “benessere e salute” o “salottini da gossip e trucchi caserecci” ci fosse qualche serio talk show che trattasse il tema, forse, dico, forse, le donne comincerebbero a calarsi meglio nei panni di cittadini e forse comincerebbero a sentirsi offese quando le poche donne che vengono presentate nello scenario politico italiano sono tutte ex veline, ex miss Italia, ex (o attuali) escort.
Chissà forse la frase “sig.ra Bindi lei è più bella che intelligente” potrebbe ottenere una risonanza maggiore se l’impegno pubblico (politico, mass media, sistema educativo..) in questo campo fosse serio, continuativo e globale, invece di limitarsi a dire quote si o quote no.
A questo proposito io mi considero assolutamente a favore delle quote ma penso che il loro significato debba andare oltre ad una pura presenza quantitativa di donne delle istituzioni politiche.
Se vogliamo davvero usare le quote come azioni positive dobbiamo, dal mio punto di vista, offrire alla cittadinanza altre due garanzie : che queste siano strumenti temporanei e che vengano inserite in un contesto di legge ad ampio respiro che promuova la cittadinanza femminile in tutti i suoi aspetti concernenti la sfera pubblica e privata.
Penso ad esempio, al problema della bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, alla conciliazione dei tempi di cura e tempi di lavoro (doppia presenza femminile nel mercato del lavoro e in famiglia), al differenziale distributivo di genere.
Sono tutti temi attuali e importanti che a mio avviso non possono più essere ignorati, soprattutto in un momento di crisi e di riorganizzazione sociale e politica come quello in cui stiamo vivendo, quindi.. rimbocchiamoci le maniche.
Saluti da Helsinki. Michela Bonora
Bibliografia
- “L’Unita”, 19 Maggio 2009
- Dona A., “Le pari opportunità”, Editori Laterza, Roma, 2006
- Lister R., “Citizenship. Feminist Perspectives”, Palgrave Macmillan, New York, 2003