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Toronto 25 - 27 giugno: G8 e G20 il momento delle decisioni…o no??

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Dal 25 al 27 luglio a Toronto in Canada si sono svolti il G8 e il G20, due meeting molto attesi a livello mondiale perché sembrava che da questi incontri si dovesse trovare un modo unico per rispondere ad un anno di crisi e in particolare per le possibili ripercussioni di un eventuale linea sanzionatoria nel mercato finanziario.

Seguire l’evento ha portato alla nascita di domande quali: Cosa sono il G8 e il G20? Che poteri hanno? A che conclusioni sono arrivati?

Per capire al meglio iniziamo con un po’ di storia…

La nascita degli incontri fra grandi potenze economiche risale all’inizio degli anni settanta quando su proposta del Governo francese si è pensato di trovare uno spazio per discutere di problematiche economico-finanziarie in modo informale. Tale meeting ebbe luogo per la prima volta nel 1975 e vi parteciparono i Capi di Stato e di Governo dei sei principali paesi industrializzati: Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti d’America e Giappone. Come possiamo notare i primi incontri si svolsero fra i soli sei stati con maggiore rilievo economico e le tematiche vertevano sulle conseguenze dello shock petrolifero. Successivamente, con il conseguente allargamento dei mercati, al ristretto gruppo si sono aggiunti Canada nel 1976 e Russia nel 1998. Questi cambiamenti permisero di passare dal G6 al G8 arrivando a coinvolgere anche la Comunità Economica Europea.

Tali incontri si sono svolti ogni anno e dopo un primo periodo incentrato sui problemi finanziari si è deciso di aprire il dibattito ad altre questioni estremamente importanti a livello globale e rilevanti nelle politiche interne creando dei gruppi di lavoro incentrati su temi come la salute e l’energia nucleare.

Le decisioni prese in questi incontri non sono vincolanti ma comunque dovrebbero rappresentare degli impegni politici che i capi degli Stati coinvolti decidono di assumere delineandone un indirizzo da seguire.

A partire dagli anni novanta le nuove sfide globali assieme alla liberalizzazione dei mercati di capitali ha permesso che all’interno di tali meeting si discutesse di argomenti sempre nuovi (come gli aiuti all’Africa) arrivando anche a relazioni molto dettagliate.

Nel 1999 si percepisce come il G8 non sia più sufficiente a comprendere l’andamento dell’economia vista la numerosità degli Stati coinvolti e perciò si costituisce il G20 nato inizialmente come summit di ministri esperti in economia e finanza si pone a partire dal 2009 come diretto sostituto del G8 per ciò che riguarda tale settore.

Molti critici del G8 vedono nel G20 la prima apertura delle grandi potenze ad un dialogo più ampio fra Stati riuscendo a coivolgere sul tavolo delle discussioni i due terzi del commercio e della popolazione mondiale oltre e il 90% del PIL mondiale. Si ritiene che nel corso degli ultimi anni si sia passati dal discutere le sorti dei mercati finanziari in un “club per ricchi” ad un significativo miglioramento della base coinvolta anche se permangono dei dubbi in merito alla legittimità, lo status internazionale e la rappresentanza del G20. Tali perplessità vengono meno dopo il summit di Pittsburgh del 2009 dove, il G20 si auto-nomina controllore dell’economia mondiale, affidando compiti specifici alle principali istituzioni internazionali, dal FMI alla banca mondiale.

Così a Toronto quest’anno si sono svolti prima il G8 dove si sono affrontate le problematiche relative alle condanne di Iran e Corea del Nord e si è parlato dell’Afghanistan, con un auspicio che entro 5 anni le forze afgane siano autonome nel garantire stabilità e sicurezza.
Il documento conclusivo del G8, infine, vede i grandi della Terra prendere un impegno da 7,3 miliardi di dollari per la tutela della maternità.

All’interno delle riunioni si è parlato anche del tema più atteso da tutti e cioè della possibilità di sanzionare le banche per il loro comportamento scatenante della crisi finanziaria che duramente ci ha colpito e che si è ripercossa un po’ in tutti i settori. Subito si sono contrapposte le logiche statunitensi a quelle europee. Le prime contrarie ad una linea sanzionatoria e le seconde invece favorevoli a tali interventi lungamente auspicati nel corso del precedente anno.

A questo proposito era sceso in campo anche il fondo monetario internazionale lanciando un allarme un mancato accordo potrebbe creare una situazione in grado di mettere a rischio trenta milioni di posti di lavoro. Purtoppo al termine del G8 non si è arrivati a nessun accordo e si è passati la parola al G20.

I mercati finanziari hanno atteso con molta ansia tale summit temendo variazioni anche notevoli in borsa a causa delle possibili tasse sulle transazioni finanziarie e sulle banche fortemente volute da esponenti come la cancelliera tedesca Angela Merker. Dopo gli accesi dibattiti e le divergenze tra Stati Uniti e Unione Europea proprio sulla strada da seguire per rilanciare la ripresa, i paesi del G20 si sono impegnati a incoraggiare una disciplina fiscale "growth-friendly", favorevole alla crescita.

Nella bozza del comunicato finale il G20 punta l’indice, tra l'altro, contro la corruzione, che «minaccia l’integrità dei mercati, erode la concorrenza equa, distorce l’allocazione delle risorse, distrugge la fiducia pubblica e mette a repentaglio lo Stato di diritto». Nel documento, che è stato diffuso nella sua versione finale al termine dei lavori a Toronto, in Canada, i leader del G20 chiedono che sia "ratificata e completamente attuata" la convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione, esortando anche i Paesi che non sono membri del G20 a fare lo stesso.

Altro punto chiave, sottolineato nella bozza, è quello inerente al miglioramento della supervisione sui derivati e sulle agenzie di rating. È necessario lavorare di più per il “too big to fail”.

I leader del G20 - si legge nella bozza - ritengono che le banche più grandi dovrebbero essere sottoposte a una più intensa e forte superivisione. Il G20 chiede anche un maggiore coordinamento sulla regolamentazione dei derivati, un aumento del Tier 1 e un rafforzamento della superivisione degli hedge fund.

Al termine del G20 molti esponenti del mondo finanziario compreso Draghi (presidente dell’ Fsb e governatore di Bankitalia) si sono ritenuti soddisfatti per gli esiti del summit in particolare per gli accordi raggiunti sull’introduzione di nuove regole relative ai requisiti di capitale e liquidità delle banche previsti dagli accordi di Basilea III mentre in molti si sono esposti nel criticare l’assenza di decisioni essenziali.

Un G20 concluso con un documento ufficiale che per accontentare tutti i suoi componenti non ha preso una linea dura nei confronti delle banche, linea che in Europa era da tempo attesa.

Sembrerebbe quasi che i grandi si siano trovati per mostrare a tutti come ci sia sintonia fra loro più che per introdurre delle politiche decisive sulle prossime politiche nazionali.

Sembrerebbe anche che il nuovo grande protagonista di questi vertici planetari sia la Cina, che muovendosi d’anticipo è riuscita a sottrarre dal tavolo delle discussioni comuni i temi che più le stanno a cuore, a partire da quello della rivalutazione della sua moneta. È riuscita ad ottenere che nessuno criticasse il proprio tasso di cambio, la loro politica di esportazione e la debolezza dei loro consumi interni. Inoltre nessuno ha messo in dubbio le loro piazze finanziarie e i loro paradisi fiscali.

Sembrerebbe che le uniche sanzionate siano in realtà le banche europee visto che a loro sono state imposte dei controlli molto più severi rispetto a quelle statunitense.

Appare chiaro che le vere colpevoli della crisi finanziaria, cioè gli istituti di credito americani, escano immuni da tutto ciò permettendogli perrciò di continuare nelle loro politiche di “finanza creativa” che già hanno portato tutto il Mondo in una delle peggiori crisi degli ultimi anni.

Vero è che questi incontri non producono decisioni vincolanti ma certo se si fosse trovata una linea unica da seguire e decisa sicuramente questa avrebbe influenzato l’economia dei singoli Stati.

Ci lasciamo perciò con tante promesse vaghe e già ribadite in altri incontri e con nessuna risposta concreta alla crisi.

Elisa

Ultimo aggiornamento Mercoledì 14 Luglio 2010 19:55
 

Per lottare contro la legge bavaglio

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In molti sono convinti che contro la legge bavaglio serva uno sciopero, un black-out dell'informazione.

Il problema è serio e riguarda tutti, per il semplice fatto che, ogni cittadino a diritto a votare e a votare informato. Nel testo della legge si rivelano concetti inaccettabili.

Per prima cosa è corretto che il cittadino sia informato che un determinato deputato o uomo politico è sotto inchiesta (anche se preliminare) per una qualsivoglia cosa, è un suo diritto intrinseco nel fatto di poter scegliere consapevolmente a chi dare il suo voto.

Per seconda cosa vengono inseriti pesanti multe per i giornali che daranno notizie a riguardo. Promuovendo così l'idea che chi informa dicendo cose vere e comprovabili è in un qualche modo punibile, questo non è accettabile.

Non è accettabile far diventare nemico della legge colui che per la sua professione ha scelto di informare la società dei fatti che accadono, che rimangono fatti.

Tiziana

 

Il leone alato preso dalla morsa della piovra

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Il rapporto del Cnel relativo all’anno 2008 sulla criminalità organizzata evidenzia in modo inequivocabile come ormai le mafie siano presenti massicciamente nel nord-est in attività a basso contenuto tecnologico, dove non sono importanti alte competenze ma solamente capitali freschi da apportare, come in esercizi commerciali, piccole aziende artigianali, movimento terra, edilizia etc.

 

Secondo i dati riportati dal sole 24 ore del nord-est del 24 marzo 2010, i maggiori insediamenti li troviamo nel veneziano, sulle coste della laguna, e nel veronese soprattutto nella zona del basso lago. Sono infatti la provincia di Venezia e quella di Verona che detengono il più alto numero di beni confiscati, rispettivamente 32 e 22

 

La congiuntura internazionale sta inoltre favorendo l’insediamento della attività mafiose sul nostro territorio, le difficoltà delle banche a concedere linee di credito alle piccole attività lascia aperta la porta all’usura e ad eventuali rilevamenti di attività grazie a grandi quantitativi di denaro da riciclare.

 

Il nord-est grazie alla grande diffusione di imprese artigianali medio/piccole, e la velocità di circolazione dei capitali è un’area molto appetibile dalle mafie, le quali si nascondono dietro a prestanomi e si infilano in ogni branchia dell’economia veneta. Sicuramente da monitorare sono i reati dei cosiddetti colletti bianchi che con la loro preparazione aiutano questi prestanome ad inserirsi nel tessuto produttivo.

Molti sono stati nel 2008 gli sos riciclaggio segnalati dagli intermediari finanziari, soprattutto nel veronese e nel padovano ad un ritmo di quasi una segnalazione al giorno, per un totale nella regione veneto di 1244 segnalazioni. Se questo è stato il ritmo nel 2008, nel 2009 i dati non immagino siano migliori viste le difficoltà riscontrate da molte imprese causate dalla congiuntura internazionale.

 

Alla luce di questi dati, la nostra proposta di una commissione antimafia veneta rimane di assoluta attualità, anche in vista dei prossimi investimenti sulle grandi opere per l’expo 2015, che avrà sicuramente ricadute sul territorio Veronese.

 

 

Ultimo aggiornamento Martedì 04 Maggio 2010 16:55
 

Sarà VERO CHE IL VERO UOMO È quello che non deve chiedere mai?

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Ancora una volta l’ 8 Marzo, ancora una volta la “Festa della Donna” come commemorazione di conquiste relative alle donne in quanto soggetto collettivo di cittadinanza politica e sociale.

Si è parlato di diritti, di parità, di opportunità, di violenza e l’attenzione è e rimane sempre focalizzata sulle donne come fronte alternativo alla maschilità. Una prospettiva demodé che troppo spesso ci allontana dalla reale percezione dei fatti.

Perché per esempio quando parliamo della violenza sulle donne ci concentriamo sulle donne vittime, sulle donne che non denunciano, non scappano o che subiscono?

Io non ci sto, io voglio parlare della violenza , voglio renderla visibile puntando il dito sul soggetto che esercita la violenza: l’uomo.

Voglio che la festa della donna diventi un’occasione di cambiamento per l’uomo. Una rivoluzione, già, ma una rivoluzione necessaria se vogliamo intervenire sul problema con un approccio efficace.

Pensiamoci un attimo: intervenire per garantire un rifugio e una sicurezza alle donne è giusto e doveroso perché la violenza rappresenta una grave violazione dei diritti umani. Secondo i dati del Consiglio d’Europa la violenza domestica colpisce il 15% della popolazione femminile Europea; nel Rapporto Oms del 2005[1] si sottolinea come la violenza domestica sia la prima causa di morte per le donne di età compresa tra i 15 e i 44 anni.

In Italia la prima indagine sulla violenza sulle donne viene compiuta del 2006 dall’Istat[2] ; i dati indicano che il 14,3% delle donne ha subito almeno una violenza fisica o sessuale dal partner; ancora, circa 2 milioni di donne sono vittima di stalking. Nella quasi totalità secondo l’Istat ben il 90% dei casi le violenze non vengono denunciate.

Ancora, secondo i rapporti Eures[3] la famiglia uccide più dell’organizzazione mafiosa; soltanto nel 2005 sono state uccise circa una donna ogni 3 giorni per mano di partner o ex partner.

Uno sguardo veloce sui dati ci indica la dimensione e la gravità del fenomeno; è evidente che sia necessario un intervento che sappia garantire protezione alle vittime ma che sappia anche integrare misure che coinvolgano l’intera cittadinanza.

Sino a quando le politiche sociali riguarderanno solo le donne non potremmo nemmeno pensare che il problema verrà risolto ma sarà soltanto spostato, rinviato alla prossima vittima.

Il Consiglio d’Europa, per esempio, ha contribuito in modo concreto a dare degli strumenti concreti in questo senso; nel 2008 gli esperti della commissione hanno organizzato un seminario con l’obiettivo di raccogliere tutte le esperienze messe in campo dai vari paesi europei e di rielaborare delle strategie comuni per costruire delle linee guida sul coinvolgimento e la partecipazione degli uomini.

Tra le esperienze la commissione ha sottolineato il lavoro svolto da un gruppo di psicoterapeuti norvegesi chiamati “ATV: alternativa alla violenza”.

L’esperienza norvegese nasce nel lontano 1987 e ha sviluppato negli anni una metodologia di lavoro con uomini maltrattanti tale da essere ritenuta modello unico in Europa e nel mondo.

Il programma norvegese ha seguito con precisione le indicazioni contenute nella raccomandazione 2002 del Consiglio d’Europa; ha istituito i programmi con adesione volontaria che non rappresentano un’alternativa alla pena; assicurano cooperazione dell’intervento con i Centri antiviolenza; operano con una prospettiva femminista e di genere. L’obiettivo principale di questi programmi terapeutici è quello di rendere l’uomo responsabile delle sue azioni di violenza e quelli secondari sono di analizzare le cause della violenza sia in termini individuali (difficoltà di espressione emozionale, paura di non sapersi confrontare con un “nuovo sesso forte”, frustrazioni da stereotipi maschili “forte e capofamiglia”) e sociali (dovuti ad una condizione di strutturale disuguaglianza tra uomini e donne nell’accesso alle risorse nel contesto socio-economico).

È chiaro che l’interesse del mondo maschile appare fondamentale per un intervento efficace; pensiamo ad esempio a quale impatto avrebbe una campagna pubblicitaria in cui siano gli uomini a condannare la violenza sulle donne, con uno slogan che verosimilmente potrebbe affermare “il vero uomo non è quello che non deve chiedere mai ma quello che rispetta la sua compagna e che condanna la violenza”.

La violenza sulle donne è un problema reale, diffuso, che soltanto in Italia colpisce circa 3 milione di donne (Istat, 2007). Per affrontare tale fenomeno è necessario costruire una sinergia tra le forze politiche e sociali che, insieme, possano sostenere la ricerca e gli interventi sul campo. Solo così lo sforzo e l’impegno degli operatori, ma soprattutto, il coraggio e la speranza di migliaia di donne vittime di violenza, non rischieranno di restare uno sforzo a metà, rimanendo chiuse nelle mura domestiche, perpetuando così una doppia ingiustizia: la violenza e l’impossibilità di salvarsi dalla violenza.

“Tutto inizia con un grido. Non lasciamolo cadere nel silenzio.”



[1] Etudè multipays sur la santé des femme et la violence domestique à l’egard des femmes. Premier résultat concernant la prevalence, les effects sur la santé et la reaction des femmes, Genève, 2005.

[2] Istat, La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia, 2006.

[3] Agenzia di ricerca ogni anno si occupa dello studio dell’omicidio volontario in Italia.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Aprile 2010 16:07
 

Sondaggio o referendum?

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E’ notizia di un paio di settimane fa l’apparente apertura dell’Amministrazione Comunale di Verona nei confronti del Comitato contro la realizzazione del collegamento autostradale delle Torricelle e del Comitato per il referendum, promosso da illustri personalità veronesi, e liquidato come un inutile spreco di denaro pubblico dallo stesso Sindaco Tosi che ne ha quantificato gli oneri in 930mila €, corrispondenti ad una media di 4,6 € per contribuente (o a 4 pedaggi sull’infrastruttura stessa).

Tale apertura non consisterebbe in un’approvazione ideale della consultazione popolare, bensì nella sostituzione del referendum con un sondaggio, di cui circola voce sia già in corso la fase operativa, malgrado ne il Comitato contro il collegamento autostradale delle Torricelle, ne il Coordinamento degli espropriandi, ne tanto meno lo stesso Comitato per il referendum siano stati interpellati sulla formulazione dei quesiti o sul modus operandi dell’istituto di statistica incaricato.

Ma preferirei tralasciare gli aspetti riguardanti i criteri operativi del sondaggio e supporre per comodità (e per assurdo) che lo studio a cui è stato commissionato tale sondaggio sia gestito da integerrimi professionisti, nei quali non è presente alcuna forma di faziosità, irremovibili di fronte a qualsiasi pressione del potere e quindi in grado di garantire un risultato assolutamente affidabile, ed entrare invece nel merito della scelta sviscerandone quelli che a mio avviso sono i reali motivi a supporto di questa apparente apertura.

Partiamo appunto da un dato inequivocabile che vede nella disinformazione generale della cittadinanza in merito all’opera il primo elemento di forza di questa Amministrazione, che normalmente si protegge dietro le 6 righe presenti sul programma elettorale scritto nel 2007 in occasione del rinnovo del Consiglio Comunale Veronese.

I giornali e le televisioni locali in questi 3 anni di amministrazione si sono limitati a raccontarci le polemiche ed i botta e risposta fra le parti, senza entrare nel merito dell’argomento evitando ogni genere di inchiesta e riproducendo senza alcun vaglio le dichiarazioni dei pro e dei contro.

Aggiungiamo a questo quadro desolante, che riduce l’informazione ad organo non più vocato a rendere edotta l’opinione pubblica dei risvolti omessi dalle classi dirigenti naturalmente di parte, il principale motivo per cui, a mio avviso, questa Giunta sostiene con tanto vigore l’opera.

Dovreste sapere infatti che a Verona sono state proposte strade per una lunghezza complessiva di circa 35 km, fra cui appunto quella in esame, che ne misura circa 12. Verrebbe da chiedersi perchè un tale accanimento si è concentrato sull’infrastruttura che meno delle altre gli esperti prevedono sia in grado di risolvere i problemi del traffico? Ebbene, il passante delle Torricelle, utile o meno, sarebbe l’opera che più di qualunque altra sarebbe in grado di valorizzare l’efficienza dell’amministrazione che riuscisse a realizzarla, principalmente per il fatto che nel corso di quasi mezzo secolo di discussioni (già gli austriaci vi avevano pensato) essa è diventata un vero tormentone.

Qualsiasi altra strada, in altre parole, non sarebbe in grado di valorizzare l’efficienza del suo promotore politico. Un piatto estremamente ghiotto per un sindaco che più di qualsiasi altro nella storia di Verona cura la propria immagine come catalizzatore del consenso.

E’ la stessa filosofia che sta alla base della costruzione del ponte sullo Stretto Messina, opera assolutamente inutile (basti pensare che il tempo di percorrenza con il tradizionale traghetto è simile  a quello di attraversamento sul ponte per raggiungere Messina da Reggio Calabria) per il progresso dell’isola (molto utile invece per le organizzazioni criminali che vorranno allungarvi sopra i tentacoli), ma che assume uno straordinario valore mediatico catapultando l’immagine del paese (e del suo leader) nell’olimpo dei paesi moderni (mentre in Estate in Sicilia in molte case non arriva l’acqua potabile per l’inefficienza delle condutture idriche).

Per ultimo, ma non certo per importanza, è doveroso aggiungere un fenomeno che non ha pari nella storia della nostra città, e che consiste nella capacità del primo cittadino di essersi fatto idealizzare dai suoi elettori in una sorta di agiografia che si e tramandata di voce in voce esaltandolo ben oltre i propri meriti effettivi.

E’ chiaro, che dopo aver ottenuto una simile reputazione grazie alla sua abilità di far parlare bene di se per mezzo di un azione di marketing frutto di una mente sottile, qualsiasi esposizione personale a difesa dei temi contestati, non potrebbe essere a fini di immagine null’altro che controproducente.

Se infatti per tanti mesi egli si è ostinato a non presentarsi mai nelle molteplici assemblee pubbliche organizzate dai contestatori dell’opera (partecipando esclusivamente a una ed unica organizzata dal suo Assessore, nella quale è stato fischiato dal primo minuto all’ultimo) è soprattutto perché, sapeva che si sarebbe dovuto confrontare non più con i consueti Consiglieri d’opposizione di Palazzo Barbieri (nel quale è stato presente comunque pochissime volte in 3 anni), bensì sottoporsi al tiro incrociato di domande formulate da esperti in materia di urbanistica e mobilità, specialisti di salute pubblica, navigati cultori di diritto ordinario ed economico, di fronte alle quali, un consenso così solido, non avrebbe potuto fare altro che regredire, non tanto generando dubbi nei più fervidi sostenitori del tifo leghista, ma in quella parte moderata che non aveva mai avuto modo di conoscere i risvolti meno brillanti dell’ecomostro e del suo più entusiasta sostenitore.

Non ritengo infatti che sia tanto al paura di vincere o perdere il referendum ad intimorirlo quindi, quanto il timore di uscirne vincitore ma senza i consueti trionfi, quelli necessari per permettergli di proseguire nella sua rampante carriera politica ed imbarcarsi sul Transatlantico della Città Capitolina o addirittura accedere a qualche scrivania di pregio nei palazzi della Roma Ladrona.

Ecco quindi, a mio avviso, da cosa scaturisce questa apparente apertura verso gli oppositori della sua gloriosa azione di dominio della città, frutto, lo ripeto, di una mente politica molto sottile.

Un sondaggio infatti eliminerebbe non solo un sentito dibattito sul tema, in grado di responsabilizzare i cittadini spingendoli ad informarsi su caratteristiche e funzionalità dell’opera, ma trasformerebbe, senza alcun contraddittorio, un problema puramente tecnico, in un giudizio pro o contro Tosi, che lo vedrebbe senza alcun dubbio trionfante sulla scia di impressioni puramente sentimentali.

 

Ultimo aggiornamento Martedì 06 Aprile 2010 16:03
 

Gli appalti delle PA

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La regione Friuli ha varato un provvedimento che limita le aste pubbliche al ribasso, soprattutto in materia di appalti transfrontalieri. Secondo le stime dell’ ANCE (associazione nazionale costruttori edili) nel corso del 2009 le aste basate sui soli criteri di economicità hanno registrato una contrazione del 50% sul valore medio degli appalti (fonte sole 24 ore nordest). E chiaro che una riduzione cosi drastica ha messo sicuramente in difficoltà molte aziende favorendo quelle che operano ai limiti o al di fuori della legalità, risparmiando sulla mano d’opera e sui materiali impiegati, senza contare i tempi biblici per le realizzazioni (il tempo è denaro).

La regione Friuli sta, quindi, cercando di regolamentare questo importante settore del’attività economica italiana, proteggendo le imprese Italiane per esempio da quelle della stessa comunità europee, ponendo un limite di economicità per le operazioni transfrontaliere. Si tratta quindi di una sorte di protezionismo che ovviamente è stato ben visto dall’associazione costruttori, e anche se sono in completo accordo sulla ratio di questo provvedimento, ne sono in parte contrario, in quanto contro a a forme di protezionismo, le imprese italiane devono concorrere in mercati aperti ma certamente a parità di condizioni.

Questo fatto fa comprendere come non sempre l’investimento pubblico in infrastrutture crea occupazione e valore aggiunto per il nostro paese, in quanto in un mercato aperto anche altri possono partecipare, come le nostre aziende ovviamente possono concorrere in altri mercati. Spesso per restare all’interno di questi prezzi scontatissimi si ricorre a mano d’opera a basso costo proveniente da altri paesi. Alcuni di questi immigrati esportano ricchezza nei paesi da cui arrivano, oppure vi ritornano per creare ricchezza per il loro paese (giustamente aggiungo).

Essendo io contrario ai proibizionismi, sono ben convinto che la soluzione non stia sui valori, ma sulla qualità, bisogna infatti intervenire sui bandi di gara, indicando la qualità dei materiali, le condizioni di sicurezza necessarie, le tutele sociali dei lavoratori che effettuano l’opera.

Richiedendo criteri qualitativi, il valore aumenta di conseguenza, lasciando fuori dal mercato quelle aziende che non si adeguano, e inoltre spingono anche imprese di altri paesi che vogliono entrare sul nostro mercato ad uniformarsi ed esportare un cultura della sicurezza sociale anche nei paesi di origine che diminuirà la forbice del costo del lavoro per esempio nei confronti dei paesi dell’est. In questo modo si riesce a tutelare i lavoratori, le imprese e aprire ad una concorrenza sana e leale, ovviamente ci vogliono i controlli e forti sanzioni in caso di mancato rispetto dei criteri stabiliti.

Non so se qualcosa di simile esista già, certo questo è il mio modo di vedere le cose.

Vediamo se anche la regione veneto vorrà intervenire sulla materia, certo noi da nostra parte cercheremo di sollecitare i nostri rappresentanti in tale direzione.

La regione veneto, può fare molto in termine di infrastrutture sia viarie, che nelle energetiche e recupero edilizio, dove siamo tristemente tra le ultime.

 

Ciao Enrico

 

Ultimo aggiornamento Sabato 03 Aprile 2010 14:16
 
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